La commozione e il dolore sono molto forti in questo momento che tutte le agenzie del mondo battono la notizia della morte di Pietro Mennea, a soli 61 anni. La malattia che non perdona gli ha fatto trovare dei nuovi campi dove correre, che siano i Campi Elisi degli Eroi immortali, che siano le strade del paradiso, di fianco ai grandi che lo hanno preceduto, come Harold Abrahams, come Jesse Owens. La testimonianza di Mennea è di esempio a tutti coloro che si mettono a praticare sport, qualsiasi sport: sacrificio, abnegazione, convinzione e rispetto del proprio corpo, rifiuto del doping. Questo è stato Pietro Mennea, “la freccia di Barletta”, “Il nero bianco”, per dire dei due soprannomi più conosciuti.
Il Dott. Massimo Lavena ha intervistato - per l'agenzia di stampa dei Settimanali cattolici italiani Agensir.it (http://www.agensir.it/pls/sir/v4_s2doc_B3.bisettimanale) - il Professor Franco Ascani, Membro della Commissione Cultura ed Educazione Olimpica del Comitato Internazionale Olimpico e Presidente della Federation Internazionale Cinema Television Sportifs in ricordo del suo amico Pietro Mennea.
“Raccontare Pietro Mennea significa andare alla scoperta soprattutto di un uomo perennemente in lotta: la lotta con il suo corpo gracile all’inizio, scolpito con anni di allenamenti che superavano sempre i confini della resistenza umana, come correre dietro un’auto guidata dal suo allenatore, Vittori, e farsi trascinare piuttosto che chiedere di rallentare perché non ce la si faceva più. Lotta con una carattere difficile, spigoloso, ai limiti della sopportabilità in gara, che lo hanno privato di molte vittorie perché prostrato dalla sua stessa voglia di competere con il mondo. Mennea lottava contro chiunque usasse pratiche illecite, ma non ha mai accampato scuse nelle sconfitte, che diventavano lo stimolo per correre più veloce, anche dei suoi errori: come a Mosca, nel 1980, quando mancò l’accesso alla finale dei cento metri, per poi trionfare con quella rimonta storica nei 200. Pietro lottava contro il preconcetto che vedeva nello studio più della chimica che delle potenzialità umane l’unico mezzo –illecito- per vincere. Ha dimostrato negli anni con il suo record dei 200 metri stabilito nel 1979 e durato ben 17 anni che si può vincere solo con le proprie forze”.

Il Prof. Franco Ascani consegna la "Guirlande d'Honneur FICTS" a Pietro Mennea
in occasione di "Sport Movies & Tv 2002 - Milano International FICTS Festival"
C’è un Pietro Mennea studiose ed educatore che nasce durante la sua carriera: come mai?
“Mennea offre alla società la sua esperienza e la sua forza: questo è il risultato di studi matti e disperati. Si laureò in sequenza in scienze politiche, in giurisprudenza, in scienze motorie ed in lettere, ha insegnato, ha fatto l’avvocato, il parlamentare europeo, ha fondato una onlus con il suo nome per scopi caritatevoli ed educativi, per la promozione della lotta al doping. Un sacco di cose, ma che miravano non all’auto incensazione, ché di trofei ne aveva vinti tanti, di record ne aveva stabiliti tanti (forse anche quello delle lauree…), di libri di memorie e di educazione alla legalità sportiva ne aveva scritti 20: questa folle necessità di conoscere e di divulgare partivano dalla sua storia di bambino nato in una famiglia umile ma con principi saldissimi, legati profondamente alla sua terra di Barletta, alla sua Puglia. Pietro non ha mai fatto mistero delle difficoltà che ha dovuto superare in tutti i campi: c’era sempre qualcuno più forte, più bello, più veloce, più ricco, ma alla fine li batteva tutti, lungo i suoi quasi venti anni di carriera agonistica. Questa tenace lotta di vita, assistita, indubbiamente, anche da una grande fede, si è sviluppata nella necessità quasi fisica –come mi spiegò tante volte e altrettante lo ha spiegato ai suoi studenti e nei suoi libri- di donare agli altri ciò che aveva capito con la sua esperienza: non bisogna mai cercare scorciatoie, imbrogliare, esser falsi, ma solo essere veri, nella vittoria, e nella frequente sconfitta”.
Cosa ha comportato questa durezza di approccio alla vita?
“Non parlerei di durezza, ma di vero accanimento: era un divoratore della vita, non si è fermato mai neanche davanti alla malattia che lo ha aggredito subdola in questi ultimi tempi. E lui sapeva che non avrebbe avuto scampo, che in questa ultima sua gara comunque c’era qualche cosa che lo avrebbe battuto, ma lui ha corso sino alla fine, insegnando, scrivendo, denunciando le connivenze della grande quantità di denaro e di fama effimera che ammorbano lo sport con il doping. Pietro Mennea il grande, è stato un paladino della lotta ai mercanti di morte e di frode nello sport. Quanti giovani gli dovranno dire grazie perché con la sua testimonianza, le sue parole avranno capito che, nel più puro spirito olimpico, sono le sconfitte che danno il gusto alla vittoria: lui, di questo ne era conscio, e dalle sconfitte ha tratto sempre lo spunto per migliorarsi e trionfare”.

Il Prof. Franco Ascani con Pietro Mennea in occasione dei "Trofei di Milano - Più Sport con i Giovani"
Cosa resterà di Mennea nella storia dello sport?
“Non mi piace incensarlo, si sarebbe imbufalito, ma Pietro è un mito di tutta l’umanità e la sua morte sarà una grande semina per tutto il movimento sportivo, olimpico, atletico nel mondo. E dopo la semina si farà il raccolto; e se solo anche un ragazzo diverrà campione nella vita seguendo il suo esempio, beh, altro che record mondiale a Città del Messico o medaglia d’oro nei 200 a Mosca 1980, quello sarà il suo più grande trionfo”.
a cura di Massimo Lavena